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Sorte dell'Europa
Dal 25 luglio 1943 alla fine del 1944 Savinio pubblicò una serie di articoli politici, che poi raccolse in volume l'anno dopo. Mai più ristampati da allora, questi testi, in cui si respira dappertutto l'euforia della liberazione dal fascismo, si rivelano oggi consolante esempio di come un grande scrittore, imprendibile per natura e dilettante per elezione, possa dare prova di una chiaroveggenza e lucidità politica che in ben rari casi troveremmo negli storici e uomini politici suoi contemporanei. Saltando le alternative opprimenti dei blocchi e irridendo le varie borie nazionali, Savinio sembra già parlarci dell'«Europa di oggi», quell'Europa che si è faticosamente costruita negli ultimi decenni - e deve ancora costruirsi. Si direbbe, anzi, che la prospettiva di Savinio rimanga tuttora da recuperare: consapevole dello stato di inermità e cecità politica verso cui l'Europa delle nazioni si stava avviando, Savinio infatti concludeva questi scritti augurandosi addirittura che il movimento della resistenza partigiana trovasse il suo sbocco in un'Europa unita: «L'appello che chiude il manifesto del comunismo va aggiornato così: “Partigiani di tutta l'Europa, unitevi!”, intendendo per partigiani e partigianismo l'elemento dell'Europa che opera per impulso proprio, e non per ordine o ispirazione altrui»....
Amori
A trentotto anni, nel 1887, Carlo Dossi chiudeva con Amori la sua carriera pubblica di scrittore. (Ma avrebbe poi continuato, per ventanni, in segreto, a stillare i geniali veleni delle Note azzurre). Questo esile, delizioso commiato dalla letteratura si presenta come evocazione di un ventaglio di donne amate. Ma, per uno spirito così naturalmente dedito allartificio, fantasticatore e narciso, un simile progetto non poteva certo prendere la forma di concrete storie damore. Vi troveremo, invece, una sequenza di sogni, delicata e ironica, dove la prima donna è ovviamente di carta (la Regina di Cuori) e altri sono «cari amori di legno, di stoffa, di porcellana», omaggi a singoli feticci di unimmaginazione felicemente discordante dallItalietta che la circondava. E, infine, anche le donne reali sembrano figurine araldiche, descritte per altro non senza corrosiva malizia. «Sono Amori» scrisse Lucini «descritti con ali di farfalla»: e perciò si posarono sulla carta tenuissima di una finta edizione giapponese, di cui qui riproduciamo la copertina e i fregi, opera di Luigi Conconi, in un gusto che congiungeva lironia romantica del maestro Jean Paul e la devozione allOriente dei decadenti francesi. E, dietro queste amabili squisitezze, riconosciamo subito, anche...
Memorie di una maîtresse americana
«Ogni ragazza siede sulla sua fortuna, e non lo sa» disse la zia Letty alla nipote Nell Kimball, che aveva allora otto anni. E si può dire che tutta la vita di Nell - prima come puttana di bordello, poi come mantenuta, infine come tenutaria essa stessa di bordelli di lusso a New Orleans e a San Francisco, da lei innalzati a una sorta di perfezione - sia stata un adeguato, intelligentissimo commento a quella frase di brutale sapienza. «Per un mucchio di gente, l'unica soddisfazione è guastare il piacere agli altri» era un'altra massima della zia Letty, e per evitare che il padre, un rozzo e brutale coltivatore dell'Illinois che citava a ogni passo la Bibbia, desse un'ulteriore dimostrazione di quella massima, la piccola Nell scappò giovanissima di casa, per approdare presto in un curioso bordello Biedermeier a Saint Louis, Missouri, dove si ambientò con facilità. «Il mio college fu il bordello»: Nell cominciò veramente a osservare la vita, e a scoprirla, nel salone pesantemente decorato di quella casa, in quell'aria greve, impregnata di cipria, fumo di sigari, lucido per mobili, corpi di donna, vapori di whisky, che da allora l'avrebbe sempre...
Vita dell'arciprete Avvakum scritta da lui stesso
Molti hanno detto che la grande letteratura russa comincia con questo libro, con la sua dolorosa asprezza, con la forza del nominare che Avvakum aveva e si trasmise poi, per vie misteriose, a scrittori così diversi come Puškin e Tolstoj. Avvakum visse nella tempesta religiosa del Seicento russo, che culminò nello scisma. La sua parte era quella del perdente, la parte dei raskolniky, i «Vecchi Credenti», contrari a ogni correzione dei testi sacri e a ogni grecizzazione nella liturgia e nella dottrina. Allora la Russia si spaccò in due, e quella spaccatura si prolungò per tutta la sua storia, sino alle dispute fra occidentalisti e populisti nell'Ottocento, fino a oggi. Rinchiuso nei sotterranei di una gelida prigione, prima di morire Avvakum volle lasciare testimonianza della sua vita - o meglio di come Dio operò su di lui in certi punti della sua vita, e soprattutto nella lotta testarda contro coloro che «col fuoco, con il knut e col capestro vogliono affermare la fede». È una storia di incessanti violenze, dove i contrasti teologici si manifestano a pugni, a calci, a frustate, fra lingue strappate, sepolti vivi, roghi, saccheggi, persecuzioni, fughe nell'immensità asiatica. La...
La resurrezione di Maltravers
Alla morte di Georg Maltravers, un giornale parigino pubblica un trafiletto: vi si ricordano le sue origini da una famiglia di antica nobiltà, la sua vita dissipata di avventuriero, si accenna ai suoi aspetti loschi, alla sua carcerazione come baro. Ma Georg Maltravers non è morto. Si è risvegliato per terra, nella cappella di famiglia, da una lunga morte apparente, poche ore prima che lo seppellissero. Allora «rimase seduto sulla sponda della bara come una scimmia malata» e decise di vivere un'altra vita dopo la morte. La morte stessa si era rivelata troppo facile. Ora Maltravers puntava a qualcosa di più ambizioso: costruirsi una seconda morte che lo riabilitasse dalla maniera grezza e naturale con cui aveva vissuto la prima. Per questo, doveva vivere una seconda vita, con un nuovo nome, scelto fra i molti del suo casato. Ma in questa nuova vita, poiché è già morto, Maltravers non potrà vivere: dovrà lasciar vivere un altro, che non sappia di vivere per Maltravers né che Maltravers vive per lui. Sarà un altro Maltravers, giovane e bellissimo, che ripeta le sue gesta, mentre l'anziano, sopravvissuto avventuriero assapora, osservandolo, la gioia suprema di non vivere...
Giardino, cenere
Profumo di vaniglia e semi di papavero, un vassoio nichelato con sottili mezzelune lasciate dal fondo dei bicchieri, piccoli tram azzurri, gialli e verdi che si rincorrono tintinnando, il cancello di un parco dietro il quale spuntano cervi e cerve, «come ragazzini di buona famiglia di ritorno dalla lezione di piano». All'inizio di questo romanzo c'è un pullulare di sensazioni, una nube tattile, olfattiva, onirica, che si sposta in una cauta esplorazione del mondo, come l'occhio del bambino Andreas, il narratore. La parola «morte» trafigge questa nube, è un numero fatale stampato sul buio. E il bambino gioca con il sonno, gli tende agguati, in preparazione alla grande lotta con la morte. Aveva deciso di «assistere un giorno consapevolmente alla venuta della morte e così vincerla», e nell'attesa voleva sorprendere l'angelo del sonno. Intorno ad Andreas, vediamo la sorella Anna, che piange la sera perché il giorno è finito e non torna più; e la madre Marija, seduta davanti a una imponente macchina da cucire Singer di ghisa nera. E soprattutto vediamo, seppure soltanto in apparizioni imprevedibili e balzane, il padre Eduard Sam, ispettore delle ferrovie a riposo, ma in realtà trickster decaduto,...
L' epopea di Gilgames
Con Gilgameš, almeno millecinquecento anni prima di Omero, si manifesta la figura dell'eroe nella letteratura, una volta per sempre. Campeggiante fra cielo e terra, confitto in una macchina cosmica che appunto in Mesopotamia venne perfezionata, è il primo personaggio, la prima voce di singolo che ci parla. Per due terzi divino, per un terzo umano, Gilgameš re di Uruk vuole ciò che vorranno tutti gli eroi: vincere il mostro. Ma l'eroe evoca naturalmente un doppio, un rivale che diventerà il compagno per eccellenza: e allora appare Enkidu, l'uomo che lascia la vita selvaggia per seguire l'eroe e trovare la morte. I mostri che i due amici avevano ucciso insieme non erano dunque i soli, né i più forti. Dietro di essi, si propone un'altra sfida: la morte. Così Gilgameš affronta, ormai solo, l'impresa di là da ogni impresa: la conquista dell'immortalità. Tutti gli episodi di questa epopea - i viaggi, gli scontri, le seduzioni, gli inni, i lamenti - rimangono come modello per ogni letteratura. Ogni volta che qualcosa di simile ci viene raccontato, sentiamo dall'oscurità la voce della storia di Gilgameš, il «re che conosceva i paesi del mondo». E ricordiamo: «Egli...
Sir Gawain e il cavaliere verde
Re Artù è a Camelot per celebrare il Capodanno. Intorno a lui i cavalieri della Tavola Rotonda, «in splendida festa e spensierato piacere». È costume del re ascoltare, prima di dar inizio al pranzo, la «strana storia di qualche avventura». Ed ecco, prima che qualcuno cominci a narrare un racconto meraviglioso, si fa avanti il meraviglioso stesso. È un gigantesco cavaliere, tutto vestito del verde più puro, in mano ha un'ascia «mostruosa ed enorme». Quando parla, è per proporre una sfida che fa tremare. Sarà Sir Gawain, perla dei cavalieri, a raccoglierla. Sopravvissuto in un solo manoscritto, anonimo, attribuibile alla fine del Trecento, Sir Gawain e il Cavaliere Verde spicca solitario nel Medioevo inglese. In questo poemetto insondabile e fragrante sembrano celebrarsi le nozze fra Bellezza e Significato. Qui, all'interno di un'incantata cornice cortese, fra castelli che paiono ritagliati nella carta, corni di caccia e dame esperte in rischiose schermaglie d'amore, incontriamo una variante assai segreta di un tema ultimo del mito: il rapporto fra l'eroe e il mostro, il Nemico. I cavalieri antichi ben sapevano che vincere il Nemico non significa soltanto affondare una lama in un corpo mostruoso. Ben più intimo,...
La civiltà indiana e noi
Più ostica ancora della sua letteratura folta di dèi è sempre apparsa all'Occidente la concezione indiana della società. Così il sistema delle caste si è attirato numerose condanne, fondate su conoscenze assai vaghe. Poco prima di pubblicare il suo fondamentale Homo hierarchicus, che ha al suo centro un'interpretazione della società delle caste, Louis Dumont ha voluto con questo breve saggio sgombrare il cammino dagli equivoci più tenaci che lo ostruiscono. Fedele all'insegnamento di Mauss, si è preoccupato innanzi tutto di ciò che risultava dall'«inventario delle categorie» indiane e occidentali. E subito ha rilevato discordanze tali da giustificare molti malintesi. A differenza dell'Occidente, per esempio, l'India scinde gerarchia e potere. Il sacerdote è il primo fra gli uomini, ma non rivendica il potere. Il re regna, ma è sottomesso spiritualmente al sacerdote. Più in generale, quella interdipendenza che in Occidente è data dall'intreccio delle attività economiche, per l'India è una categoria religiosa: anzi, si potrebbe dire, la categoria, su cui tutto si costruisce. Nulla, nella visione indiana, esiste in quanto isolato. Tutte le volte in cui noi vediamo l'individuo indivisibile che opera, l'India percepisce la totalità. Per essa, in accordo con una concezione antichissima,...
Il mito psicologico nell'India antica
Questopera è una delle più importanti che si possano leggere per avvicinarsi al segreto dellIndia arcaica, lIndia del Rgveda, dei Brahmana, delle Upanisad. In questi testi per la prima volta sentiamo la voce di un pensiero metafisico, cifrata in simboli, allusioni, prescrizioni rituali. Ma qual è la differenza fra questa voce e, per esempio, quella dei primi pensatori greci? È una differenza sottile ed essenziale, fondamento di ogni ulteriore divaricarsi fra Oriente e Occidente. Forse nessun libro come questo di Maryla Falk individua e descrive quella differenza con tanta limpidezza e precisione. In una trattazione ricca di dottrina e intessuta alle fonti, la Falk ci fa entrare nelle vene di questo pensiero non rappresentante (come tutto il pensiero occidentale), ma identificante, teso a «diventare il Tutto, intuendo il Tutto». Ma come si può percorrere questa via azzardata ed esaltante dellidentificazione? Per i veggenti vedici, innanzitutto, latto del conoscere aveva una stupefacente concretezza. Il loro pensiero, prima ancora di parlare del mondo, parla del pensiero stesso, che è più vasto del mondo e lo ingloba. È la mente che qui comincia a parlare della mente, ma «opera con entità mitiche in luogo di concetti»:...
Zipper e suo padre
Il narratore di questo romanzo, che Roth presenta come una «cronaca», conosceva bene il vecchio Zipper e suo figlio: aveva condiviso la loro vita in tempo di pace, in tempo di guerra (la prima guerra mondiale), e negli anni dopo la guerra. Allinizio, il giovane Zipper è solo un compagno di classe lentigginoso, che nomina sempre suo padre, come fonte di ogni autorità; e il vecchio Zipper è un uomo piegato dalla fatica dellenorme passo che ha compiuto: nato proletario, è diventato piccolo-borghese, e ora difende con le unghie la sua conquista, aggirandosi nella sua vita come fra i sedicesimi scompagnati di una enciclopedia popolare. Il vecchio Zipper voleva disperatamente sapere, perché pensava che il sapere portasse al successo nella vita: ma la sua vita è rimasta misera, e allora tutti i suoi sogni si depositano sul figlio Arnold. E, come sempre, il figlio non corrisponde ai sogni paterni: rispetto al vecchio, ha «un temperamento più malinconico, un cervello più fino e una pelle meno dura». La somiglianza fra padre e figlio è molto più profonda e misteriosa e a scandagliarla è dedicato questo amaro romanzo. È una somiglianza in qualcosa che li...
Quaderni. Linguaggio, filosofia. Vol. 2
Linguaggio e Filosofia sono le due rubriche a cui appartengono i testi qui pubblicati: come dire il centro, il cuore della ricerca di Valéry. Ma occorre subito precisare un punto: l'originalità e la potenza del pensiero di Valéry in rapporto a queste due parole sono così grandi proprio perché mai, in nessun momento, Valéry parlò in termini da linguista o da filosofo. Linguaggio fu per Valéry la via d'accesso privilegiata alla totalità della mente, al funzionamento cerebrale, all'imponente àmbito di ciò che sta al di fuori della parola. Questo diventava possibile in quanto, per Valéry, «le parole fanno parte di noi più dei nervi». Quanto alla Filosofia, si può dire che Valéry non abbia mai rinunciato a un qualche sarcasmo verso questa disciplina, per lui troppo pomposa e paga di verbalismi. Già nei suoi primi anni osservava: «La metafisica ovvero astrologia delle parole». E dello stesso periodo è un'annotazione che ci permette di capire, una volta per sempre, a quale remota distanza si ponga la «filosofia» di Valéry dalla «filosofia delle università»: «La filosofia è impercettibile. Essa non è mai negli scritti dei filosofi - la si sente in tutte le opere umane...
Tutte le lettere
Dellesperienza esemplare del Manzoni, come intellettuale tra i maggiori del Romanticismo europeo e coscienza tra le più modernamente ansiose di difficili certezze, la raccolta di tutte le sue Lettere è documento fondamentale: unica per la ricchezza delle idee dibattute, per la varietà dei toni, e perché consente di seguire quasi giorno per giorno, dallinquieta giovinezza parigina allangustiata, lucida vecchiaia, i percorsi di unintelligenza altissima e di uninteriorità labirintica, piena di zone oscure. Ne risulta un libro che ogni italiano colto dovrebbe conoscere, a correttivo di unimmagine distorta per lo più dalla scuola o dalle falsificazioni oleografiche. Pubblicate con lungo lavoro da Cesare Arieti, a felice conclusione di tante iniziative precedenti rimaste incompiute, queste Lettere, servite da un sostanzioso apparato di note e di indici, apparvero nel 1970 nei Classici Mondadori. Ledizione Adelphi le ripropone ora, quale strumento essenziale, e ormai introvabile; ma ne fornisce, insieme, gli aggiornamenti indispensabili, con laggiunta, a cura di Dante Isella, di tutte le lettere (una cinquantina e più) venute alla luce dopo quella data, e con la riproposta per altre già note di un testo ricollazionato sugli autografi reperiti. «Niente è privo di interesse, di grandezza o di...
Malina
"Malina" è la storia di un abnorme triangolo amoroso e di un abnorme assassinio. Leggibile sui più diversi piani, immediato e insieme carico di riferimenti nascosti, quasi temerario nel toccare anche l'attualità più intrattabile o la più proibita realtà dei sentimenti, questo romanzo narra una storia che ha la massima concretezza, facendola però coincidere con un delirio segreto che appartiene a un'altra realtà, con una favola nera che un mondo visibile potrebbe difficilmente ospitare.
EUR 15.30
Hilarotragoedia
«Il libretto che qui si presenta è, propriamente, un trattatello, un manualetto teorico-pratico; e, come tale, ben si sarebbe schierato a fianco di un Dizionarietto del vinattiere di Borgogna, e di un Manuale del floricultore: testi, insomma, nati da lunga e affettuosa frequentazione della materia, compilati con diligente pietas da studiosi di provincia, socievoli misantropi, mitemente fanatici ed astratti; e segretamente dedicati alle anime fraterne, appunto ai capziosi delibatori, ai visionari botanici o, come in questo caso, ai rari ma costanti cultori della levitazione discenditiva. L'autore, umile pedagogo, ambisce alla didattica gloria di aver, se non colmato, almeno indicato una lacuna della recente manualistica pratica; parendogli cosa stravagante, che, tra tanti completi e dilettosi do it yourself, quello appunto si sia trascurato, che ha attinenza con la propria morte, variamente intesa. Come usa, e non senza peritosa compunzione, si additano qui taluni modesti pregi del volumetto, che forse lo differenziano da altri consimili trattati, anche più solenni: la definizione di concetti dati troppo spesso per noti, come balistica interna ed esterna, angosciastico, adediretto; l'aver proposto una nuova, e a nostro avviso, pratica e maneggevole classificazione delle angosce; arricchita, inoltre, di un Inserto sugli...
Ritorno in Erewhon
In Ritorno in Erewhon, pubblicato da Samuel Butler nel 1901, a trentanni di distanza dal fortunatissimo Erewhon, la satira alle idee e alle istituzioni occidentali si concentra sul cristianesimo, nella sua versione vittoriana, perbenistica e ipocrita, che Butler descrive con ineguagliata causticità e irriverenza. È laltra faccia dellutopia negativa di un grande misantropo, che dà libero corso alla sua capziosa inventiva teologica e morale, al suo incontenibile impulso a combinare, ibridare le idee, a deformare i paradigmi della vita sociale. Attraverso una successione di scene, intrighi e divagazioni di irresistibile comicità, Butler ci sottopone sottilmente a una salutare diseducazione: il nostro mondo, visto con occhio estraniato grazie allartificio del viaggio immaginario, rivela i suoi aspetti più assurdi e maligni.
EUR 8.50
Lettere spirituali
Perseguitato dal fascismo durante la vita, dimenticato per anni dopo la morte, Giuseppe Rensi fu una di quelle figure solitarie e testarde che talvolta attraversano la cultura italiana come corpi estranei. Ma, alla fine, sono piuttosto loro a resistere al tempo. Rensi fu sin dall'inizio un filosofo che non si adattava al suo contesto: scettico radicale, inscalfito dalla fede nella razionalità del reale, riusciva già per questo ugualmente irritante per idealisti e scientisti. Ma anche il suo scetticismo era di una specie inquieta e mobile: sempre più, con gli anni, i suoi testi si potevano leggere come pagine di un mistico senza confessione e pretese di salvezza, che rifugge dall'appellarsi alla divinità ma parla di un'esperienza più affine a quella di Meister Eckhart o dello Pseudo-Dionigi l'Areopagita che non a quella dei filosofi che occupavano le cattedre da cui era stato scacciato. Grande lettore e commentatore dei classici del pensiero, prosatore terso ed efficace, Rensi ha predisposto in queste Lettere spirituali, apparse postume nel 1943, il tracciato perfetto che ci permette di ripercorrere, partendo da un punto vicino alla fine, tutto il suo cammino filosofico.
EUR 12.75
Le città bianche
Per tre mesi, fra il settembre e il novembre 1925, Roth vagabondò per il Sud della Francia. Quel viaggio fu accompagnato, per lui, da un senso di liberazione: a trent'anni scopriva le «città bianche» della Provenza, che aveva sognato durante una grigia infanzia. E al tempo stesso sentiva allontanarsi ogni oppressiva germanicità. Sperimentava un nuovo modo di respirare: «Ho guadagnato la libertà di passeggiare, tra signore e signori, tra cantanti di strada e mendicanti, con le mani nelle tasche dei calzoni, una contromarca di guardaroba appuntata sul cappello e un ombrello rotto in mano». Il Sud che si schiudeva ai suoi occhi, con i suoi tre colori fondamentali - «la pietra bianca, il cielo blu, il verde scuro dei giardini» -, sembrava ancora ignaro «delle valanghe che lentamente rotolano verso di noi». Così nacquero queste pagine, tra le più felici di tutto Roth. Felici per l'euforia da cui emanano, e felici anche per lo stile mirabilmente terso e sinuoso. Roth s'inoltrò nel Sud della Francia come nell'«infanzia dell'Europa», dove erano confluite «le più disparate linfe vitali» senza perdere nulla della loro peculiarità. Quel passato e quella natura gli apparvero come la prefigurazione dell'unico...
Il monaco nero in grigio dentro Varennes. Sotie nostradamica-Divertimento sulle ultime parole di Socrate
Luigi XVI e Maria Antonietta vennero arrestati a Varennes nel 1791, mentre fuggivano. Più di due secoli prima, il medico-mago Nostradamus aveva scritto, nelle sue Centurie profetiche, una quartina che corrisponde in maniera impressionante, e sino al minimo dettaglio, a ciò che avvenne alla coppia regale. Molti hanno notato, a partire dallinizio dellOttocento, questa concordanza inspiegata. Ma solo un grande studioso come Georges Dumézil, che ha passato la sua vita in mezzo alle lingue e alle civiltà più remote, poteva avere lidea mirabile di affrontare questo enigma nella cornice di una sorta di romanzo poliziesco, dove il Dupin o lo Sherlock Holmes è evidentemente Dumézil stesso. Il risultato è questo libro (1984), sorprendente per labilità nellanalizzare una questione insolubile come per la maestria con cui questa ricerca rigorosa viene ironicamente trasposta in forma romanzesca. Lorientalista Espopondie, trasparente alter ego di Dumézil nellindagine, non vuole altro che far funzionare la ragione sino alle estreme conseguenze. Così non condivide latteggiamento di coloro che, «col pretesto di proteggersi dallirrazionale, rifiutano di registrare quelle osservazioni che lo stato delle nostre conoscenze non consente di interpretare». Al giovane amico che lo assiste nella ricerca consiglia di leggere Nostradamus...
Ex captivitate salus
«Nelle desolate vastità di un'angusta cella», fra il 1945 e il 1947, Carl Schmitt si trovò a scrivere questo libro, il suo più intimo e personale, dura resa dei conti con se stesso e con l'epoca. Il più controverso, ma anche uno fra i più grandi giuristi del nostro tempo, guarda indietro ai suoi anni e ai secoli in cui è fiorita e sfiorita la dottrina a cui per tutta la vita si era dedicato: lo ius publicum Europaeum. Ma, per parlare di se stesso, Schmitt parla di altri, di certe figure che hanno accompagnato, più o meno segretamente, tutta la sua vita, qui evocate in pochi tratti che toccano subito l'essenziale: Tocqueville, ma anche Stirner; Kleist, ma anche Däubler; Bodin, ma anche Hobbes. Figure tra cui si formano contrasti laceranti, quelli appunto in mezzo a cui Schmitt ha operato e ha pensato. «Ho conosciuto le escavazioni del destino, / vittorie e sconfitte, rivoluzioni e restaurazioni, / inflazioni e deflazioni, bombardamenti, / diffamazioni, mutamenti di regime ... / fame e freddo, campo di concentramento e cella d'isolamento». E in quella ultima solitudine si elabora la «sapienza della cella» che parla in queste pagine...